In piedi al Campo Base dell'Everest, a 5200 metri di altitudine, i venti impetuosi sollevavano neve e nebbia sull'antico, aspro e roccioso terreno. Davanti a me, la vetta più alta del mondo si ergeva come una piramide dorata, svettando tra cielo e terra. Il sole al tramonto, color oro fuso, il cui bagliore infuocato sulla cima mi bruciava gli occhi, per poi svanire in un istante mentre le nuvole si addensavano e la sacra vetta scompariva: per vedere l'Everest ci vuole il giusto tempismo e, ancor di più, una profonda devozione.
In un rifugio di tende, una donna tibetana sorrideva, con in mano una ciotola di tè al burro, i cui capelli brillavano di turchese e corallo. Il calore delle sue dita e il gelo dell'Everest si fondevano in una meravigliosa armonia: sotto la sacra montagna, i mortali usavano cappelli di velluto rosa per accendere la luce delle stelle negli occhi di Droma, usavano il fumo dei bruciatori d'incenso per sostenere la loro fede e usavano i tubi dell'ossigeno sparsi sull'altopiano innevato per pungere il respiro della vita. Ripensando al viaggio di ritorno, mentre le nuvole si aprivano e si chiudevano, improvvisamente realizzai che non è l'uomo a conquistare la montagna, ma la montagna che sostiene l'uomo: nei momenti di difficoltà, quella chiazza di neve diventa il faro dell'anima.
In piedi in silenzio davanti al monumento alto 8844,43 metri,
coglievo un barlume di chiarezza,
ma lasciavo dietro di me, sotto le bandiere di preghiera, metà di una vita di ossessioni.