Entrando nella sala di marmo del Teatro Nazionale del Costa Rica, fui subito colpito dall'affresco "Un raccolto di caffè e banane" sul soffitto: i sorrisi delle contadine che portavano cesti di frutta sulla testa rendevano persino i lampadari di cristallo dorato quasi insignificanti. Toccai discretamente le crepe nelle poltrone di velluto rosso; la struttura in pino del 1877 era stata volutamente conservata durante il restauro. Durante l'intervallo, mi intrufolai sulla terrazza per osservare un artista di strada che ballava reggae sotto l'arco del teatro, il fruscio della sua radio che si fondeva con le melodie di Mozart che provenivano dalla sala, riecheggiando tra le colonne di epoca coloniale. L'esperienza più indimenticabile fu la scoperta di un segreto nascosto nel pavimento della fossa dell'orchestra: il direttore d'orchestra aveva fatto incidere le iniziali di ogni musicista e, un secolo dopo, quelle lettere erano ancora ben visibili sotto le luci, come echi persistenti ancora da suonare.