Sbarcando sull'Isola di Pasqua, la brezza marina portava con sé un antico senso di solitudine. Guardando giù dal cratere di Ranokau verso le statue Moai sparse, quelle figure incompiute sembravano ancora lottare contro la parete rocciosa, come se il tempo si fosse improvvisamente fermato. Alle quattro del mattino, accovacciato ad Ahu Tongariki in attesa dell'alba, mentre le silhouette di quindici Moai venivano immerse nella luce dorata e rossa del sorgere del sole, qualcuno dietro di me singhiozzò sommessamente: una sensazione sacra indescrivibile. La guida indicò le pitture rupestri consumate dal tempo dietro le statue, dicendo: "La chiamiamo la 'grotta dei cannibali', ma i nostri antenati non mangiavano carne; mangiavano ricordi". Infine, a piedi nudi sulla spiaggia di Anakena, la sabbia rosa di corallo mi lambiva i piedi mentre le onde mi avvolgevano le caviglie, e improvvisamente capii perché gli isolani dicevano: "I Moai non sono reliquie; stanno semplicemente tornando verso la loro terra d'origine, ritornando per sempre a casa".