A volte, i viaggi più profondi avvengono quando ci perdiamo. Quando perdo la mia precisa percezione del tempo e dello spazio, acquisisco una comprensione più olistica della vita. Più sono confuso, più apprezzo la preziosità di ogni passo che compio, non uno strumento per raggiungere una meta, ma un'espressione dell'esistenza stessa. Nel vento e nella pioggia, il mondo si restringe, si riduce a portata di mano, ma questo spazio è incredibilmente ricco: una foglia lavata via dalla pioggia, una pietra modellata dall'acqua, un uccello che si ripara sotto la grondaia: tutto diventa il mio intero universo. In questa prospettiva minimalista, la primavera appare nella sua forma più semplice: è una sorta di appagamento, una completa accettazione del presente, una serena accettazione del nulla. Il viaggio incompiuto mi permette di rimanere in sospeso, lasciando che la trama si svolga da sola. Sono come un lettore, non come un autore, che umilmente volta ogni pagina del viaggio, senza pretendere climax né evitare i momenti più difficili. Mentre camminavo, il vento e la pioggia si placarono gradualmente, il cielo si illuminò e mi ritrovai in un luogo che non si trovava su nessuna mappa. Il nome di quel luogo era Libertà.